LA RIFORMA DELLA CRISI DI IMPRESA OBBLIGA LE SOCIETA’ A RESPONSABILITA’ LIMITATA ALLA NOMINA DEL REVISORE LEGALE

LA RIFORMA DELLA CRISI DI IMPRESA OBBLIGA LE SOCIETA’ A RESPONSABILITA’ LIMITATA ALLA NOMINA DEL REVISORE LEGALE

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 38 del 14 febbraio 2019  è entrato in vigore il nuovo “ Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”.

Tra le novità della riforma che più impatteranno sulla vita delle Società a responsabilità limitata vi è l’obbligo della nomina del revisore legale.

La nomina del revisore è obbligatoria quando la società ha superato per due esercizi consecutivi almeno uno dei limiti previsti.

I limiti riguardano il totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 2 milioni di euro; il totale dei ricavi delle vendite e delle prestazioni: 2 milioni di euro; il numero dei dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 10 unità.

Le società a  responsabilità  limitata costituite alla data di entrata in  vigore della riforma devono adeguarsi entro nove mesi, ossia entro il 16 dicembre 2019.

Ai fini della  prima  nomina del revisore i limiti devono riferirsi  agli anni 2017 e 2018, i due esercizi antecedenti la scadenza del 2019.

Se la società non provvede alla nomina il registro delle Imprese deve segnalarlo al tribunale che vi provvede d’ufficio.

La nomina del revisore legale ha l’obiettivo di prevenire la crisi di impresa.

I compiti del revisore legale riguardano la verifica dell’organizzazione della società e la segnalazione agli amministratori dei segnali della crisi di impresa. 

L’organizzazione di impresa deve essere adeguata affinché si rilevi in tempo i segnali di crisi dell’impresa.

È da osservare che le  segnalazione possono venire anche dai creditori, dalle banche, dall’inps, dall’Agenzia delle Entrate e dall’Agenzia della Riscossione.

La segnalazione va fatta prima all’imprenditore-debitore e poi, in caso di inerzia o di misure inadeguate, all’organismo di composizione della crisi di impresa istituito presso le camere di commercio.

Se, nonostante i tentativi di soluzione della crisi di impresa, la società versi in evidente stato di insolvenza, l’organo di composizione della crisi procede con la segnalazione al Pubblico Ministero.

Il Pubblico Ministero, entro sessanta giorni, deve chiedere l’apertura della procedura di liquidazione giudiziale (il termine ha sostituito quello di fallimento), se ritiene fondato lo stato di insolvenza.

 

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La Corte Costituzionale dichiara illegittimo il criterio di calcolo del risarcimento ai lavoratori illegittimamente licenziati così come previsto dal Jobs Act. Infatti, secondo la Corte Costituzionale, il criterio di calcolo delle indennità riconosciute al lavoratore per il licenziamento privo di motivazioni è illegittimo.

Il Jobs Act (art. 3, c1,D.Lgs 23/2015) prevede un’indennità da 6 a 36 mensilità come risarcimento a favore del lavoratore illegittimamente licenziato.

Il criterio previsto dal Jobs Act che è illegittimo poiché non lascia discrezionalità al giudice per il calcolo del danno al lavoratore.

Il Decreto Dignità ha elevato l’indennizzo portandolo, appunto, a 4 e 36 mensilità, ma non ha modificato il criterio previsto dal Jobs Act.

Sebbene aumentati, tali limiti non inducono i datori di lavoro ad un comportamento virtuoso e non rappresentano un deterrente serio contro la violazione dei diritti.

Per la Consulta, la previsione di un’indennità crescente in funzione della sola anzianità di servizio è «contraria ai principi di ragionevolezza e uguaglianza>>.

Il criterio del Jobs Act contrasta anche con <<il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione».

La legittimità è stata sollevata dal Tribunale di Roma poiché gli indennizzi previsti dal Jobs Act creano disuguaglianza tra i lavori assunti dopo il 7/3/2015 e quelli assunti prima.

La conseguenza di tale illegittimità sarà, quasi sicuramente, la crescita del contenzioso tra lavoratori e datori di lavoro.

 

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